Originariamente la Pasqua Ebraica era considerata esclusivamente una festa pastorale, che era praticata dalle popolazioni nomadi dell'Oriente, durante la quale venivano offerte al gregge le primizie. In seguito invece è divenuta una festa agricola, durante la quale le persone offrivano persino le primizie della mietitura dell'orzo, attraverso la cottura del pane azzimo. Le due tipologie di festa ebbero un altro significato rappresentando il momento dell'anno in cui il popolo ebraico ricorda la liberazione dall'Egitto.
La Pasqua Ebraica è legata al simbolo religioso e storico che si trova nel capitolo dodici dell'Esodo, in cui si racconta la migrazione dall'Egitto con Mosè. Ciascuna famiglia immolò un capo di bestiame piccolo, come ad esempio un agnello, una pecora o una capra senza alcun difetto, di un solo anno di età, e che riuscisse a bagnare con il sangue gli stipiti e il frontone delle porte delle case. Ogni membro della famiglia dovevano mangiare in piedi, con un bastone in mano, pronti per andare via dall'Egitto, in attesa della chiamata da parte dell'angelo di Dio, che sarebbe arrivato per uccidere tutti i primogeniti egiziani, risparmiando invece quelli ebrei le cui abitazioni erano appunto state contraddistinte con il sangue.
Il popolo egiziano però mise pressione agli Ebrei e li spinse a partire molto in fretta, questi ultimi furono quindi costretti a portarsi dietro la pasta per il pane non ancora lievitata, cioè il pane azzimo. Il significato della pasqua ebraica è dunque rappresentato dalla veglia che il popolo ogni anno ripete durante la notte, per ringraziare Dio che vegliò quella notte famosa e riuscì dunque a portare in salvo il suo popolo.
Il popolo egiziano però mise pressione agli Ebrei e li spinse a partire molto in fretta, questi ultimi furono quindi costretti a portarsi dietro la pasta per il pane non ancora lievitata, cioè il pane azzimo. Il significato della pasqua ebraica è dunque rappresentato dalla veglia che il popolo ogni anno ripete durante la notte, per ringraziare Dio che vegliò quella notte famosa e riuscì dunque a portare in salvo il suo popolo.
In ogni notte di Pasqua, quindi, gli ebrei partecipano a quell'intervento e preparano la venuta del Messia, sedendosi, famiglia per famiglia, comunità per comunità, come fecero i loro padri, attorno a una mensa addobbata con i segni della redenzione, per proclamare le meraviglie che Dio ha operato per loro, per partecipare (e non solo ricordare), attraverso il mangiare e il bere, secondo l’invito ripreso dal Talmud: “In ogni generazione uno si deve considerare come se lui stesso uscisse dall'Egitto”.
1.2 La Cena
La Cena di Pasqua inizia quando vengono accesi i candelabri dalle sette braccia e gli altri lumi.
La madre pronuncia la benedizione sulla luce, simbolo della luce che viene da Dio e che deve illuminare la loro vita.
La tavola è apparecchiata nella stanza più bella, con una tovaglia bianca e ricamata, come un grande “mistero”, il piatto del Seder è posto davanti al padrone di casa, che ne svelerà i significati. Sopra vi sono sistemati la lattuga, frutto della terra, il maror, l’erba amara, il charoset, un dolce a forma di mattone, un uovo sodo e un osso di agnello o di gallina spolpato (gli ebrei non mangiano più l’agnello a motivo della distruzione del Tempio di Gerusalemme. Accanto al piatto le tre matzoth, ognuna separata dall’altra da una tovaglia di lino.
Prendendo posto a tavola, il capofamiglia pronuncia la benedizione rituale sul vino, di cui i commensali bevono la prima coppa, quella del Qiddush (santificazione della festa), poi si intinge un pezzo di sedano, o prezzemolo, nell’aceto e nell’acqua salata, si divide in due parti un azzimo: una metà la si mette sotto il tovagliolo (sarà l’Afiqoman che si mangia dopo la cena), l’altra viene mangiata dopo la proclamazione delle parole: “Ecco il pane della sofferenza, che i nostri padri mangiarono in terra d’Egitto; chiunque ha fame venga e mangi; chiunque ha bisogno venga e faccia la pasqua”. A questo punto ha inizio la Magghíd, cioè la narrazione della storia della salvezza.
Si riempie la seconda coppa di vino e il figlio più piccolo pone al padre le domande su cui si basa il racconto dell’Esodo.
È la parte centrale della notte di Pesach, dopo la quale si canta l’inno di riconoscenza per tutte le meraviglie che il Signore ha compiuto verso Israele: il Dajenù.
Di nuovo il figlio più piccolo chiede perché si mangiano quelle cose e il padre spiega i segni della cena. Solo allora, dopo essersi lavati le mani, si possono mangiare le erbe amare e il pane azzimo, si beve la seconda coppa, quella della Haggadah (la liberazione dall’Egitto), si intinge un pezzetto di sedano nell’Harosèt e si mangia, rendendo grazie a Dio.
La tavola è apparecchiata nella stanza più bella, con una tovaglia bianca e ricamata, come un grande “mistero”, il piatto del Seder è posto davanti al padrone di casa, che ne svelerà i significati. Sopra vi sono sistemati la lattuga, frutto della terra, il maror, l’erba amara, il charoset, un dolce a forma di mattone, un uovo sodo e un osso di agnello o di gallina spolpato (gli ebrei non mangiano più l’agnello a motivo della distruzione del Tempio di Gerusalemme. Accanto al piatto le tre matzoth, ognuna separata dall’altra da una tovaglia di lino.
Prendendo posto a tavola, il capofamiglia pronuncia la benedizione rituale sul vino, di cui i commensali bevono la prima coppa, quella del Qiddush (santificazione della festa), poi si intinge un pezzo di sedano, o prezzemolo, nell’aceto e nell’acqua salata, si divide in due parti un azzimo: una metà la si mette sotto il tovagliolo (sarà l’Afiqoman che si mangia dopo la cena), l’altra viene mangiata dopo la proclamazione delle parole: “Ecco il pane della sofferenza, che i nostri padri mangiarono in terra d’Egitto; chiunque ha fame venga e mangi; chiunque ha bisogno venga e faccia la pasqua”. A questo punto ha inizio la Magghíd, cioè la narrazione della storia della salvezza.
Si riempie la seconda coppa di vino e il figlio più piccolo pone al padre le domande su cui si basa il racconto dell’Esodo.
È la parte centrale della notte di Pesach, dopo la quale si canta l’inno di riconoscenza per tutte le meraviglie che il Signore ha compiuto verso Israele: il Dajenù.
Di nuovo il figlio più piccolo chiede perché si mangiano quelle cose e il padre spiega i segni della cena. Solo allora, dopo essersi lavati le mani, si possono mangiare le erbe amare e il pane azzimo, si beve la seconda coppa, quella della Haggadah (la liberazione dall’Egitto), si intinge un pezzetto di sedano nell’Harosèt e si mangia, rendendo grazie a Dio.
Poi inizia la cena vera e propria, ricca e accompagnata da bevande e vini buoni, perché è un pasto di gioia. Al termine si prende l’Afiqoman, il pezzo di pane azzimo conservato all’inizio, e si mangia in memoria dell’agnello pasquale. Si beve la terza coppa, che accompagna l’Azione di Grazie al termine del pasto; si versa il vino nella quarta, riempiendo un calice in più per Elia e si apre la porta per permettere sia all’inviato di Dio, sia al povero che passa, di entrare e condividere la mensa.Bevendo la quarta coppa, quella dell’Hallel, cioè dei salmi di lode che concludono la cerimonia, la liturgia di Pesach è compiuta.






